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Cenni di storia delle sepolture

La pratica di seppellire i defunti all'interno delle chiese e negli adiacenti cimiteri è testimoniata a partire dal IV secolo d. C. e, sino all'VIII secolo circa, costituì un privilegio concesso perlopiù ai vescovi e ai santi, le cui spoglie diventavano poi oggetto di culto.

E' con il X secolo che l'inumazione all'interno di edifici religiosi, avendo assunto la connotazione di segno di distinzione e di prestigio sociale, divenne ordinaria anche per altre categorie di persone: le autorità ecclesiastiche, i loro familiari, le autorità civili e i ricchi, disposti a generosi lasciti testamentari a favore della chiesa che sarebbe diventata la loro dimora dopo la morte.
Nel corso dei secoli, il potere statuale e la Chiesa tentarono in più occasioni di vietare l'antico costume, sia per preoccupazioni di carattere igienico, che per motivi di dignità dei luoghi di culto, ma senza successo.
Solo alla fine del Settecento la volontà politica di revisione del problema acquistò una veste pubblica ed ufficiale innanzitutto con le riforme di Giuseppe II d'Austria emanate a partire dal 1767. Fu però nell'ambito della più complessa risistemazione del vivere civile promossa dalla Rivoluzione Francese, che la gestione dei cimiteri venne definitivamente trasferita allo Stato (in Italia le direttive vennero imposte tramite il decreto di Saint-Cloud del 5 settembre 1806). La questione della regolamentazione delle inumazioni, con lo spostamento dei cimiteri fuori dalle cinta murarie, lontano dai luoghi di culto, sotto il controllo statale, acquistò il significato di una riforma delle strutture della società promossa allo scopo di restituire allo Stato il suo primato e i suoi ruoli istituzionali.